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Assisi: una testimonianza dal “Cantiere dell’Utopia”

Quando è successo era il 26 settembre del 1997, ed erano le 11,40. Un’ora insolita per un terremoto. Per me il terremoto arrivò due giorni dopo, quando dalle Misericordie d’Italia,dove prestavo servizio in protezione civile, mi chiamò : Articolo 10, Precettata. Chiamata insolita, non si trattava di prestare soccorso sanitario,organizzare volontari,mense,alloggi, documentare tutto. Le vittime del terremoto questa volta erano “ i sassetti”, come noi fiorentini li chiamammo. Io mi sono sempre occupata di documentare e diramare comunicati stampa. Ad Assisi bisognava raccontare il salvataggio e messa in sicurezza dei dipinti crollati della Basilica. Era la prima volta che squadre di volontari si cimentavano nella tutela e messa in sicurezza del Patrimonio Artistico. Sul primo momento,fu deciso da parte dei Vigili del Fuoco, di trasportare con una ruspa, i detriti sul piazzale esterno della Basilica. Operazione necessaria, ma che frammentò ulteriormente i dipinti. Da Firenze mi arrivò anche la richiesta di trovare qualche PC ed una stampante. Io allora lavoravo come consulente dell’IBM. Incominciai a chiedere tra direzione, responsabile amministrativo e ufficio tecnico, e dopo due ore avevo tutto in comodato d’uso gratuito. Il pomeriggio ero già viaggio, non sapendo bene quanto mi sarei fermata e cosa avrei trovato. I volontari hanno il cambio ogni settimana, io ogni 10 giorni tornavo a casa per 48 ore e poi rientravo. In serata andai in una residenza messa a disposizione per i volontari, all’ingresso c’era un gruppo marmoreo ,tre persone completamente piegate da un lato. Sentii un volontario dire “ O Susannina , a questi tre, e gli’è battuto forte !” Un Fiorentino doc non si smentisce mai. La mattina dopo trovai sul prato di fronte la Basilica, una struttura e gruppi di volontari accovacciati in terra a dividere i frammenti per colore. Era nato il Cantiere dell’Utopia dei dipinti frammentati di Assisi. I pc vennero immediatamente istallati sotto la struttura, e furono i primi strumenti per tecnici e restauratori. Successivamente arrivarono macchine più potenti e programmi che consentirono di ricostruire,e ricollocare, come in un mosaico, le figure sulla base delle foto delle arcate dipinte. Da quel giorno anche io mi misi seduta in terra, fianco a fianco, con varie tipologie di volontari, a dividere i frammenti che andavano,da una grandezza pari ad un’unghia a un mattoncino, ( il concio). Il lavoro consisteva nel pulirlo e collocarlo in singole cassettine divise per colore e per soggetto a cui presumibilmente appartenevano. Ogni pomeriggio a fine lavoro, quando calava la notte documentavo il lavoro svolto e gli eventi di una giornata in un diario. A volte durante la cernita capitava qualche pezzo più grosso, un occhio, una parte di mano, una bocca, una stellina dorata su un cielo blu. Questi venivano immediatamente portati al restauratore che provava a riconoscere a quale figura appartenessero. Il lavoro proseguiva lento, bisognava imparare a riconoscere i colori per metterli nelle cassette giuste. Non si può immaginare la varietà di azzurri e blu che ha Giotto,così differenti da Cimabue. Era difficile stare piegati tutto quel tempo, e ci sembrava impossibile che quei pezzi sarebbero stati poi ricomposti, da qui il nome del Cantiere dell’Utopia. Il mio lavoro di addetto stampa era fermo, come era logico, la notizia erano i morti, feriti, e i tanti sfollati che non avevano più niente. Così nel silenzio di Assisi e ignorati da tutti, che a posteriori considero una vera fortuna per la riuscita dell’operazione, passarono alcuni giorni. Le nostre riunioni serali, avevamo sempre lo stesso tema, come motivare i volontari. Il volontario è uno strano essere è tra un missionario e un supereroe. Vive di adrenalina, ha bisogno di fare, andare oltre la fatica fisica, di emozioni forti. Rimanere seduti a raccogliere “sassetti”, non era proprio quello che si aspettavano, specie per persone con un grandissimo cuore, ma con scarsa dimestichezza con arte e storia. Questa preoccupante perdita di motivazione ,cambiò quando un volontario trovò un mattoncino. “ Susanna ho trovato un Angiolino” Guardai il concio, era proprio un piccolo Angioletto paffuto con gli occhi cerulei, i capelli biondi, la boccuccia rosea, si vedeva il viso ed il collo, il corpo non c’era più. Finalmente avevamo qualcosa da festeggiare, L’Angioletto divenne la star della giornata, tutti lo accarezzammo, qualcuno di nascosto ai restauratori, lo baciò. Fu collocato in una cassetta solo per lui. Da quel giorno ci furono altri ritrovamenti, come un mattone con l’impronta di una zampa di cane, un cane del 1200. All’interno della Basilica furono poi ritrovati altri pezzi più grossi, visi, corpi. Ma il “ Giottino” fu in nostro piccolino ritrovato. Ricordo che quando ero di servizio la notte al cantiere, mi alzavo dalla brandina, lo andavo a prendere; ci guardavamo intensamente negli occhi, lo tenevo tra le mani a conca per interminabili minuti. Sapevamo che una volta terminato il lavoro sarebbe ritornato sulla volta, lontano da tutti. Contemporaneamente al lavoro di cernita,incominciarono quelli sul tetto, ingegneri, architetti, storici dell’arte, Vigili del Fuoco volevano capire perché il soffitto era crollato; per far questo fu necessario infilarsi nel sottotetto. Così fu smontato il rosone centrale della Basilica per favorire l’ingresso. Allora ero particolarmente temeraria, chiesi di entrare per poter documentare il lavoro dei volontari. Mi hanno scattato una foto, mentre seduta sul foro, al posto del rosone, con imbracatura e caschetto aspetto il mio turno per scendere tramite un argano. La foto fu fatta da un cronista giapponese. Foto buffissima che ho solo visto. L’arrivo del fotografo però ci fece capire,che la notizia era diventata “il Cantiere dell’Utopia”. Il mio lavoro di addetto stampa delle Misericordie aumentò improvvisamente. Era un continuo di giornalisti e fotografi di tutte le parti del mondo. Andammo avanti così per diversi mesi, fino a quando anche l’ultimo pezzettino,fu recuperato e catalogato. I restauratori avrebbero quindi dovuto rimettere tutto insieme e ricollocare in alto sulla volta della Basilica Fu fatta una scelta coraggiosa, quella di lasciare i pezzi mancanti delle figure, senza intervenire con rifacimenti. Anche un terremoto fa parte della storia della Basilica e dell’Arte. L’ultima sera prima di ripartire e lasciare definitivamente Assisi, i frati del Sacro Convento ci offrirono una cena. Eravamo tutti euforici, avevamo terminato. Era la sera degli scherzi , risate, saluti. Tutto si tramutò in silenzio quando Il Custode del Sacro Convento portò, aiutato da altri frati, una torta enorme. Sopra c’era una decorazione: la Basilica, e una scritta…” Giotto Ringrazia”. Penso che nelle vita ti capitano dei momenti che sono unici e irripetibili, emozioni sensazioni così intense che anche a distanza di anni senti fortissime, che ancora ti strappano lacrime di gioia e di incredulità. Giotto ringraziava noi? Quel messaggio su una torta ebbe un effetto dirompente. Ci abbracciammo tutti. Tutti quei mesi tra fatica, sole, vento, pioggia, freddo, a dividere i frammenti; le notti a vegliare il cantiere, e “l’Angiolino”, tutto trovava finalmente uno scopo ed un destinatario. p.s. Circa un anno dopo venni invitata a parlare ad un convegno sul “Cantiere dell’Utopia” alla Sala dello Stenditoio a Roma, nel complesso Monumentale di San Michele a Ripa. In mezzo a storici dell’arte e autorità, c’ero anche io. Per giorni lavorai sul discorso, avevo riportato dati e numeri sul lavoro dei volontari, presi dal diario che avevo scritto ad Assisi. Mentre procedevano gli interventi, io leggevo e rileggevo: il mio documento, non mi convinceva, mancava qualcosa . Quando toccò a me accesi il microfono e iniziai: “ Giotto ringrazia, non serve altro ad un volontario. Per tutta la vita porteremo nel cuore questo ringraziamento, lo trasmetteremo ai nostri figli e nipoti. Abbiamo avuto il privilegio di entrare nella Storia dell’Arte, passati attraverso una porta che era un rosone smontato , accarezzando un piccolo Angelo, trovato con le gote sporche, e pulito sulle nostre divise, accarezzando gli incredibili colori di Cimabue e Giotto. Abbiamo sentito la loro mano. Siamo noi che dobbiamo ringraziare. ” Da lì in poi riuscì a proseguire con dati e notizie…

Una risposta su “Assisi: una testimonianza dal “Cantiere dell’Utopia””

Bellissima questa storia .l’angioletto le gradazioni di celeste … i volontari. Quando la bellezza ti passa vicino così ne vieni inesorabilmente pervaso.

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