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Storia di una “colonna infame”

La notizia è di questi giorni: un avvocato penalista di Palermo è risultato positivo al Covid. Il professionista ha chiesto che il suo nome non venga divulgato.

A seguito di questo evento, l’Ordine degli Avvocati ha inviato agli iscritti un elenco con le udienze dove il professionista ha partecipato per dar modo ai colleghi, che erano presenti, di sottoporsi ai test necessari.

L’elenco è stato ripreso dalle testate giornalistiche che hanno immediatamente riportato notizie del tipo: “ L’ Avvocato era presente il 9 settembre all’udienza della seconda sezione penale in aula 5 e 10… alle cancellerie giorno 8, all’archivio del tribunale il giorno…, ufficio ricezioni atti penali, ecc.” Inutile e persino patetica la richiesta di conservare l’anonimato, due più due fa sempre quattro. Considerando che il professionista si è immediatamente messo in quarantena, è facile fare la conta degli avvocati presenti a quelle udienze o negli uffici. Quelli che mancheranno saranno i sospetti, e per fugare illazioni o dubbi, gli stessi si saranno, probabilmente, premuniti di farsi vedere in giro, con visi abbronzati , voci squillanti, respiro diaframmatico , magari alcuni diventati improvvisamente buddisti, avranno recitato in un angolo, abbassando la mascherina ” il mantra del loto” tutto d’un fiato. Leggo in giro che i colleghi del foro hanno ritenuto poco corretta la scelta di non palesarsi affermando che, fuori da ogni” caccia all’untore”, sarebbe stato un atto di profondo senso civico autodenunciarsi non solo alle autorità sanitarie, ma all’opinione pubblica.

Non esprimo giudizi, lo stesso pensiero l’avrei avuto anche io, cadendo così nella solita trappola che porta a deviare sul malcapitato il peso di una responsabilità, che in realtà è di un sistema ancora incapace di dare risposte adeguate, con sistemi di cura ancora sperimentali, e soprattutto con la mancanza di protocolli efficienti. Se nella peste manzoniana la ricerca dell’untore serviva a sviare l’attenzione del popolo dai problemi sociali, evitando così sommosse e rivolte, così in maniera subdola si lascia la responsabilità e soluzione della contagiosità all’individuo, che non può fare altro che nascondersi. Sarebbe bastato mettere in atto le giuste precauzioni per rendere sereni e sicuri il positivo e chi ne era entrato in contatto. Non mi stupisce la scelta dell’avvocato, come non mi sorprendono le immediate prese di posizione dei colleghi che, per paura di passare come delatori o razzisti, si sono affrettati a dichiarare la loro estraneità a comportamenti ghettizzanti, nonostante la richiesta di divulgare il nominativo del positivo al Covid.

L’avvocato di fatto avrà interiorizzato quel complesso meccanismo psicologico che sottintende ad eventi come le pandemie. Dai banali atteggiamenti di diffidenza (sguardi indagatori e non benevoli, smorfie di disappunto sotto le mascherine, per non parlare dei colpi di tosse o peggio ancora degli starnuti), che inducono alla giustificazione immediata, presentata con un tono umoristico, che però non fa ridere nessuno: “ Non ho il Covid”.

Se a questi meccanismi psicologici sottili, si aggiunge il danno che può causare questa ammissione di positività, rappresentata dal blocco della attività lavorativa, il danno economico, con conseguente difficile recupero di credibilità e affidabilità, e con l’ esposizione alla pubblica gogna di famigliari ed amici, non è così strana la richiesta di anonimato. La realtà è che la nostra società sta assumendo sempre di più un carattere dispotico, poco incline alla solidarietà ed alla attenzione; nell’esercitare questo tratto, ha trovato nuovi strumenti di torture e pene. Mi riferisco al pubblico ludibrio nei programmi televisivi, al social, monopolio di influencer, il cui solo nome (che li identifica) dovrebbe essere oggetto di un vaccino. L’avvocato avrà inconsciamente pensato a tutto questo? Possibile. Del resto i ricordi scolastici non sono solo storia, ma inconscio collettivo. Mi riferisco al “ capro espiatorio “ , all’allontanamento e contenimento già al tempo di Rotari, alla epidemia del 1347 e 1348 (dove la colpa fu data agli ebrei ritenuti avvelenatori dei pozzi) ed ancora alla peste del Manzoni del 1630, con la famosa appendice “Storia di una colonna infame”, per rimanere in ambiente siciliano, a Verga e la sua novella “Quelli del colera” poi diventata “Untori”, dove le vittime dell’odio e del pregiudizio furono gli sradicati, gli indigeni, gli esclusi.

Probabilmente l’avvocato penalista si sarà sentito potenzialmente un untore, sviluppando quello che gli specialisti definiscono un senso di “alienazione anche da se stessi”. Così risulta che si sia premunito di dichiarare di non essere mai entrato negli uffici, di essere sempre rimasto sulla porta e di aver sempre utilizzato correttamente i dispositivi di protezione.

Ritengo che proprio al meccanismo di essere ritenuti untori si debba ascrivere la scarsa adesione all’app. immuni, che ad oggi registra l’adesione solo del 13% della popolazione, rispetto all’obiettivo del 60%. Essere considerati untori fa più paura della malattia.

 Ultimo argomento, la privacy. Il garante Soro ha posto alcune linee guide: “ si può divulgare la residenza , la professione ed il luogo di lavoro, ma non il nome e le generalità dei famigliari”. Con queste disposizioni prendiamo atto che il totem della privacy è ufficialmente caduto, con il Covid. Se tu sai dove abita , cosa fa e dove lavora, e diffondi la notizia, non sarà difficile capire di chi si tratta.

Concludo chiedendomi quanto tempo dovrà passare per questo avvocato affinché riacquisti serenità e piena padronanza della sua vita. La “colonna infame” non è e non ha più una collocazione fisica , è la dimensione delle nostre paure, cementata nelle nostre coscienze.

Auguro al professionista di vederla presto distrutta.

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