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“Signiali ru cielu”

Susanna La Valle “Signiali ru cielu”

Questo blog porta il mio nome accompagnato dal detto siciliano “Signiali ru cielu” (1) , che posso tradurre con coincidenze, incontri, scontri, rincontri. Situazioni che mi hanno portato a raccogliere una serie di storie, impressioni e idee, che da oggi voglio condividere con Voi.
Da questo punto di vista sono stata molto fortunata, di segnali ne ho avuti tanti negli anni; la mia bravura, se così si può chiamare, è di aver sempre ascoltato, ricordato ed annotato tutto, di aver trovato anime disposte a regalarmi le loro storie, di essere stata al posto giusto nel momento giusto.
Parto con una doppia dichiarazione d’amore: io amo Palermo e la Sicilia, le amo come se ci fossi nata, vissuta e morta, collezionando tante vite, come se ogni luogo e spazio fosse, da sempre, dentro il mio respiro.
Sicilia.Invocazione: “Colapesce sostieni anche me”   

Come scrive Bufalino (2), ” gli atlanti dicono che la Sicilia è un isola e si sa gli atlanti sono libri di onore…” ma, come aggiungerà dopo, è tutt’altro che eguale a se stessa; di scorci, panorami, luoghi, anfratti ,litorali, montagne, vulcani ce ne sono tanti, ma senza i suoi abitanti perderebbero ogni fascino; sono isole nell’isola con le sue isole.
Non si può proprio separare la Sicilia dai Siciliani. Ogni luogo non potrebbe esistere ed essere così unico senza l’anima che lo vive.
Se Bufalino dice che le Sicilie sono tante, tanti macro e microcosmi rappresentati dalle tante e forse troppe stratificazioni culturali, è anche vero che tutto sembra compresso e pronto ad esplodere.
Ma questa esplosione di fatto non c’è mai stata; ogni territorio, città, paese, contrada ha raccolto e fatto sue le storie ed i luoghi, differenziandosi senza eccessiva contesa o lotta.
Un Siciliano è Taormina, è l’orecchio di Dioniso, i teatri, la caletta, la piana arsa dal sole, il sorriso dell’Ignoto Marinaio di Cefalù, le palme sulla sabbia di San Vito, Carini con la sua triste cronaca e l’intensa bellezza, la loggetta a Punta Secca con un tramonto da applausi, l’Etna ovvero “la muntagghia” che è l’unico Vulcano di genere femminile, le sue città, i suoi paesi le sue contrade e non da ultime le storie.
Ma se la Sicilia è terra ed i Siciliani sono le sue zolle, cosa è il mare su cui galleggiano?
E’ un entità da rispettare e temere allo stesso tempo e non è un caso che la maggior parte dei siciliani che vive sul mare ha una casetta nell’entroterra, lontano dall’acqua.
La scusa è per tutti “il fresco”, lo scappare dal torrido e con l’occasione si invitano amici e parenti per rifugiarsi e “fare belle mangiate”, rilassandosi lontano dal mare.
Qualcuno ha scritto che sono poche le cose buone che vengono dal mare; il distacco è tale verso questo elemento, che anche i luoghi di devozione più importanti sono in altura.
I siciliani sono tra gli uomini più radicati alla terra e l’alterità (il mare) è buona per i turisti che sciamano come mosche ubriache alle due di pomeriggio lungo le spiagge con quaranta gradi, rintontiti e deliranti; loro li osservano da lontano concedendosi lunghi riposi pomeridiani, “scendendo a mare” solo a pomeriggio inoltrato. Il primo pomeriggio è fatto per riposare, “il riposino” è sacro e “come si dorme ad Erice non si dorme da nisciuna parte”, vi direbbe un siciliano.
Non a caso Erice è il posto più lontano dall’immaginario fatto di sole caldo e mare, più in alto delle nuvole, avvolto dalla nebbia e con una temperatura decisamente fredda per gli standard del luogo.
Ma in Sicilia si arriva attraversando il mare; ho letto da qualche parte che il senso di rispetto e preoccupazione inizia una volta imbarcati a Villa San Giovanni (3), che su tutti scende invariabilmente il silenzio ed addirittura che qualcuno si cambia per la traversata. Si presenzia consapevoli che si stanno attraversando storie e destini ed i “garofali” che si formano sulla superficie (così vengono chiamate quelle piccole onde schiumose e gorgoglianti) fanno intuire che i due mostri sono ancora lì sotto, paghi ed ancora sazi, ma per niente vinti.
Nell’avanzare non si guarda indietro ma si cerca il punto dove tutto cambia, dove la linea di mare è diversa e la riconosci.
Colapesce (4) sembra che innalzi ancora di più il suo peso; la terra di fronte, di cui scorgiamo una delle tre gambe, si erge e quasi si solleva per farsi vedere in tutto il suo splendore, vicina ma infinitamente lontana da tutto quello che consideriamo acquisito e certo.
Si sbarca con la consapevolezza “di aver attraversato il mito” e se poi, in un atto di doveroso ringraziamento, vogliamo stupirci ancora di più, basta che alziamo gli occhi al cielo; non è solo una questione di luce, ma di consistenza, un colore ad olio blu, riversato su una tela concava, senza alcun medium, steso con le dita.
Ed ora che con me siete scesi in Sicilia statemi dietro e non perdetevi, che ora inizio a raccontarvi storie, sensazioni ed emozioni.
E se per caso della Sicilia non avete alcun interesse rimanete concentrati perché vi racconterò tante altre storie che non sono ambientate lì.
Ho solo voluto iniziare con qualcosa che mi appartiene e che sento, da non siciliana, intimamente presente e vicina, con una mappa dove orientare le mie emozioni.

NOTE                                                                                                                                                                 1)Devo un ringraziamento allo scrittore Gianluca Tantillo, dal suo racconto, pubblicato sul suo blog, ho trovato un titolo che cercavo da tempo.  

2)Gesualdo Bufalino,” la luce e il lutto”

 3)In Sicilia si arriva anche in altro modo, ma attraversare lo stretto è un rito di passaggio, un atto di devozione, da fare almeno una volta.       

 4)La leggenda di Colapesce: si narra di un certo Nicola appassionato di immersioni in mare, di ritorno dalle sue numerose immersioni , si soffermava a raccontare le meraviglie viste e, talvolta, riportava tesori. La sua fama arrivò a Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova: il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione e buttarono in acqua una coppa che venne subito recuperata da Colapesce. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. La terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo. Secondo la leggenda , scendendo ancora più in profondità Colapesce vide che la Sicilia posava su 3 colonne delle quali una piena di vistose crepe e segnata dal tempo, decise così di sorreggere, la colonna per evitare che l’isola sprofondasse. Ancora oggi si troverebbe a reggere l’isola e ogni 100 anni riemerge per rivedere la sua amata Sicilia. Se poi la storia di Colapesce la volete leggere in versione siciliana, andate a visitare il Blog di Gianluna Tantillo.

14 risposte su ““Signiali ru cielu””

Ciao sono Laura, amica di Titti.
Stamattina leggendo il tuo testo, mi sono trovata improvvisamente in Sicilia. Mi sembrava di essere in un quadro, che grazie alle tue parole poetiche, si tingeva di caldi colori.
Grazie e auguri di cuore per i tuoi propositi

I quadri che dipinge Susanna sono bagnati di colore e di emozioni. Le immagini ed i personaggi vivono dentro e fuori le tele, raccontandosi le loro storie. Quando li guardo vengo rapita dall eleganza e dalla passione. Susanna dipinge con il pennello e con la penna. Mentre leggo sento che accarezza i miei, i nostri ricordi, e la distanza spaziale e temporale dalla Sicilia svanisce in un tuffo nel mare caldo della piattaforma a Cefalù…

Grazie Daniele, conserverò questo tuo commento con attenzione e gratitudine. Tu non tradire mai i tuoi sogni.

Grazie Cara, sono felice quando i mie ragazzi, per me sarete sempre così, mi lasciano un messaggio. Per me è importante il tuo giudizio.

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