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Ketty di Sciara

Ketty di Sciara era una pittrice palermitana . Io la guardavo di nascosto, troppo bella, troppo particolare per essere vera. Scendeva in garage con le sue lunghe gambe inguainate in pantaloni stretti con grandi cinturoni, giacche attillate, foulard, occhialoni neri, scarpe con tacchi vertiginosi, lunghi bellissimi capelli. Erano gli anni 70, in una Palermo offesa ma sempre straordinariamente bella, quando Ketty di Sciara presentava al mondo la sua pittura, passione di una vita. Nella Palazzina, all’interno del Villino Caruso-Valenti, io e mia sorella avevamo come compagna di giochi la figlia più piccola, Donatella. Era la mamma che tutte le bambine avrebbero voluto avere. Lei aveva modi naturalmente eleganti, per niente costruiti e, se da un lato ricordava la tradizionale signora aristocratica palermitana, dall’altro destabilizzava con la sua arguzia, allegria, charme che affascinava piccoli e grandi. Pranzare con la sua famiglia, i Notarbartolo, era un avvenimento, tutto era incredibile dalle pietanze,al pittoresco e sempre diverso personale di servizio, ai padroni di casa (lei sorridente,bella,dallo sguardo scintillante, lui dalla figura normanna). Il Principe era festoso, con la parlantina sciolta e l’accento tipico dell’Aristocrazia. Ketty (Giovanna Maria Balletti) era figlia dell’alta borghesia di Palermo,quella elegante e tradizionale, terza di sette figli, aveva vissuto a dieci anni il terribile bombardamento del 1943. Case distrutte,corse ai rifugi,terrore e dolore ovunque. Ma, al contrario delle sue coetanee,non dava spazio alla paura; appena possibile sfrecciava con la sua bicicletta rossa,nelle strade vicino la casa a via Petrarca, in compagnia della sua amica del cuore, pronta a fare scherzi e inventare giochi,con spirito gioioso e vivace. La guerra era vissuta con atroce realismo, un fatto da cui era impossibile sottrarsi ma, dal quale bisognava preservare aspirazioni e sogni. Al “ Maria Adelaide” dove studiava, riempiva i quaderni di disegni, ritratti, caricature. Trascorrerà poi la sua adolescenza tra Palermo e Sciacca. Sposato il Principe Francesco Notarbartolo e assunto il titolo di Principessa, Ketty non ostenterà mai la sua aristocrazia, non avrà uno chevalier o spille preziose raffiguranti lo stemma e firmerà sempre i suoi lavori come «Ketty di Sciara». L’incontro che determinerà la sua carriera come artista sarà anni dopo a Roma con il Principe Gianfranco Alliata, che la convincerà a intraprendere la sua attività pittorica. Realista e schietta, per lei l’arte non era il capriccio di una nobildonna annoiata. Ketty girerà il mondo con i suoi dipinti, i suoi quadri saranno in diverse collezioni ed il suo nome figurerà nel prestigioso dizionario E. Bénézit. Grande amica di Guttuso, il pittore dirà: “ho l’impressione di aver fatto una galoppata in mezzo ai tuoi quadri, disseminati dappertutto, sui muri, sui mobili, sulle sedie, nelle tante stanze della tua bella casa palermitana. Sono rimasto dal furore in cui ti sei buttata nell’avventura del dipingere”. Io sono sempre rimasta colpita dalla forza e densità delle cromie, dal gesto emotivo del disegno, dal coraggio di non chiudersi in uno piccolo quadro, ma di dare respiro al suo talento in grandi formati, affrontati con cipiglio,senza timore. Nei suoi cataloghi si legge che la sua arte prende spunto da Van Gogh e Cezanne, per poi approdare al “post impressionismo” e all’ ”espressionismo cromatico” di Cezanne e Matisse. Chiaramente avrebbe sorriso di queste definizioni, detestava il linguaggio gergale dell’arte. Ketty è stata un grande personaggio,capace di lottare per la sua indipendenza di donna e di artista, senza accettare cliché o titoli, astenendosi dall’uso di appartenere a conventicole. Lo stesso coraggio che ha avuto nella sua malattia e Donatella, spesso la ricordiamo. La vedo ancora sfrecciare all’ingresso del 157/A di via Dante con la sua spider rossa, lei così elegante, sensuale, solare, bellissima: una Dea.

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Assisi: una testimonianza dal “Cantiere dell’Utopia”

Quando è successo era il 26 settembre del 1997, ed erano le 11,40. Un’ora insolita per un terremoto. Per me il terremoto arrivò due giorni dopo, quando dalle Misericordie d’Italia,dove prestavo servizio in protezione civile, mi chiamò : Articolo 10, Precettata. Chiamata insolita, non si trattava di prestare soccorso sanitario,organizzare volontari,mense,alloggi, documentare tutto. Le vittime del terremoto questa volta erano “ i sassetti”, come noi fiorentini li chiamammo. Io mi sono sempre occupata di documentare e diramare comunicati stampa. Ad Assisi bisognava raccontare il salvataggio e messa in sicurezza dei dipinti crollati della Basilica. Era la prima volta che squadre di volontari si cimentavano nella tutela e messa in sicurezza del Patrimonio Artistico. Sul primo momento,fu deciso da parte dei Vigili del Fuoco, di trasportare con una ruspa, i detriti sul piazzale esterno della Basilica. Operazione necessaria, ma che frammentò ulteriormente i dipinti. Da Firenze mi arrivò anche la richiesta di trovare qualche PC ed una stampante. Io allora lavoravo come consulente dell’IBM. Incominciai a chiedere tra direzione, responsabile amministrativo e ufficio tecnico, e dopo due ore avevo tutto in comodato d’uso gratuito. Il pomeriggio ero già viaggio, non sapendo bene quanto mi sarei fermata e cosa avrei trovato. I volontari hanno il cambio ogni settimana, io ogni 10 giorni tornavo a casa per 48 ore e poi rientravo. In serata andai in una residenza messa a disposizione per i volontari, all’ingresso c’era un gruppo marmoreo ,tre persone completamente piegate da un lato. Sentii un volontario dire “ O Susannina , a questi tre, e gli’è battuto forte !” Un Fiorentino doc non si smentisce mai. La mattina dopo trovai sul prato di fronte la Basilica, una struttura e gruppi di volontari accovacciati in terra a dividere i frammenti per colore. Era nato il Cantiere dell’Utopia dei dipinti frammentati di Assisi. I pc vennero immediatamente istallati sotto la struttura, e furono i primi strumenti per tecnici e restauratori. Successivamente arrivarono macchine più potenti e programmi che consentirono di ricostruire,e ricollocare, come in un mosaico, le figure sulla base delle foto delle arcate dipinte. Da quel giorno anche io mi misi seduta in terra, fianco a fianco, con varie tipologie di volontari, a dividere i frammenti che andavano,da una grandezza pari ad un’unghia a un mattoncino, ( il concio). Il lavoro consisteva nel pulirlo e collocarlo in singole cassettine divise per colore e per soggetto a cui presumibilmente appartenevano. Ogni pomeriggio a fine lavoro, quando calava la notte documentavo il lavoro svolto e gli eventi di una giornata in un diario. A volte durante la cernita capitava qualche pezzo più grosso, un occhio, una parte di mano, una bocca, una stellina dorata su un cielo blu. Questi venivano immediatamente portati al restauratore che provava a riconoscere a quale figura appartenessero. Il lavoro proseguiva lento, bisognava imparare a riconoscere i colori per metterli nelle cassette giuste. Non si può immaginare la varietà di azzurri e blu che ha Giotto,così differenti da Cimabue. Era difficile stare piegati tutto quel tempo, e ci sembrava impossibile che quei pezzi sarebbero stati poi ricomposti, da qui il nome del Cantiere dell’Utopia. Il mio lavoro di addetto stampa era fermo, come era logico, la notizia erano i morti, feriti, e i tanti sfollati che non avevano più niente. Così nel silenzio di Assisi e ignorati da tutti, che a posteriori considero una vera fortuna per la riuscita dell’operazione, passarono alcuni giorni. Le nostre riunioni serali, avevamo sempre lo stesso tema, come motivare i volontari. Il volontario è uno strano essere è tra un missionario e un supereroe. Vive di adrenalina, ha bisogno di fare, andare oltre la fatica fisica, di emozioni forti. Rimanere seduti a raccogliere “sassetti”, non era proprio quello che si aspettavano, specie per persone con un grandissimo cuore, ma con scarsa dimestichezza con arte e storia. Questa preoccupante perdita di motivazione ,cambiò quando un volontario trovò un mattoncino. “ Susanna ho trovato un Angiolino” Guardai il concio, era proprio un piccolo Angioletto paffuto con gli occhi cerulei, i capelli biondi, la boccuccia rosea, si vedeva il viso ed il collo, il corpo non c’era più. Finalmente avevamo qualcosa da festeggiare, L’Angioletto divenne la star della giornata, tutti lo accarezzammo, qualcuno di nascosto ai restauratori, lo baciò. Fu collocato in una cassetta solo per lui. Da quel giorno ci furono altri ritrovamenti, come un mattone con l’impronta di una zampa di cane, un cane del 1200. All’interno della Basilica furono poi ritrovati altri pezzi più grossi, visi, corpi. Ma il “ Giottino” fu in nostro piccolino ritrovato. Ricordo che quando ero di servizio la notte al cantiere, mi alzavo dalla brandina, lo andavo a prendere; ci guardavamo intensamente negli occhi, lo tenevo tra le mani a conca per interminabili minuti. Sapevamo che una volta terminato il lavoro sarebbe ritornato sulla volta, lontano da tutti. Contemporaneamente al lavoro di cernita,incominciarono quelli sul tetto, ingegneri, architetti, storici dell’arte, Vigili del Fuoco volevano capire perché il soffitto era crollato; per far questo fu necessario infilarsi nel sottotetto. Così fu smontato il rosone centrale della Basilica per favorire l’ingresso. Allora ero particolarmente temeraria, chiesi di entrare per poter documentare il lavoro dei volontari. Mi hanno scattato una foto, mentre seduta sul foro, al posto del rosone, con imbracatura e caschetto aspetto il mio turno per scendere tramite un argano. La foto fu fatta da un cronista giapponese. Foto buffissima che ho solo visto. L’arrivo del fotografo però ci fece capire,che la notizia era diventata “il Cantiere dell’Utopia”. Il mio lavoro di addetto stampa delle Misericordie aumentò improvvisamente. Era un continuo di giornalisti e fotografi di tutte le parti del mondo. Andammo avanti così per diversi mesi, fino a quando anche l’ultimo pezzettino,fu recuperato e catalogato. I restauratori avrebbero quindi dovuto rimettere tutto insieme e ricollocare in alto sulla volta della Basilica Fu fatta una scelta coraggiosa, quella di lasciare i pezzi mancanti delle figure, senza intervenire con rifacimenti. Anche un terremoto fa parte della storia della Basilica e dell’Arte. L’ultima sera prima di ripartire e lasciare definitivamente Assisi, i frati del Sacro Convento ci offrirono una cena. Eravamo tutti euforici, avevamo terminato. Era la sera degli scherzi , risate, saluti. Tutto si tramutò in silenzio quando Il Custode del Sacro Convento portò, aiutato da altri frati, una torta enorme. Sopra c’era una decorazione: la Basilica, e una scritta…” Giotto Ringrazia”. Penso che nelle vita ti capitano dei momenti che sono unici e irripetibili, emozioni sensazioni così intense che anche a distanza di anni senti fortissime, che ancora ti strappano lacrime di gioia e di incredulità. Giotto ringraziava noi? Quel messaggio su una torta ebbe un effetto dirompente. Ci abbracciammo tutti. Tutti quei mesi tra fatica, sole, vento, pioggia, freddo, a dividere i frammenti; le notti a vegliare il cantiere, e “l’Angiolino”, tutto trovava finalmente uno scopo ed un destinatario. p.s. Circa un anno dopo venni invitata a parlare ad un convegno sul “Cantiere dell’Utopia” alla Sala dello Stenditoio a Roma, nel complesso Monumentale di San Michele a Ripa. In mezzo a storici dell’arte e autorità, c’ero anche io. Per giorni lavorai sul discorso, avevo riportato dati e numeri sul lavoro dei volontari, presi dal diario che avevo scritto ad Assisi. Mentre procedevano gli interventi, io leggevo e rileggevo: il mio documento, non mi convinceva, mancava qualcosa . Quando toccò a me accesi il microfono e iniziai: “ Giotto ringrazia, non serve altro ad un volontario. Per tutta la vita porteremo nel cuore questo ringraziamento, lo trasmetteremo ai nostri figli e nipoti. Abbiamo avuto il privilegio di entrare nella Storia dell’Arte, passati attraverso una porta che era un rosone smontato , accarezzando un piccolo Angelo, trovato con le gote sporche, e pulito sulle nostre divise, accarezzando gli incredibili colori di Cimabue e Giotto. Abbiamo sentito la loro mano. Siamo noi che dobbiamo ringraziare. ” Da lì in poi riuscì a proseguire con dati e notizie…

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Storia di una “colonna infame”

La notizia è di questi giorni: un avvocato penalista di Palermo è risultato positivo al Covid. Il professionista ha chiesto che il suo nome non venga divulgato.

A seguito di questo evento, l’Ordine degli Avvocati ha inviato agli iscritti un elenco con le udienze dove il professionista ha partecipato per dar modo ai colleghi, che erano presenti, di sottoporsi ai test necessari.

L’elenco è stato ripreso dalle testate giornalistiche che hanno immediatamente riportato notizie del tipo: “ L’ Avvocato era presente il 9 settembre all’udienza della seconda sezione penale in aula 5 e 10… alle cancellerie giorno 8, all’archivio del tribunale il giorno…, ufficio ricezioni atti penali, ecc.” Inutile e persino patetica la richiesta di conservare l’anonimato, due più due fa sempre quattro. Considerando che il professionista si è immediatamente messo in quarantena, è facile fare la conta degli avvocati presenti a quelle udienze o negli uffici. Quelli che mancheranno saranno i sospetti, e per fugare illazioni o dubbi, gli stessi si saranno, probabilmente, premuniti di farsi vedere in giro, con visi abbronzati , voci squillanti, respiro diaframmatico , magari alcuni diventati improvvisamente buddisti, avranno recitato in un angolo, abbassando la mascherina ” il mantra del loto” tutto d’un fiato. Leggo in giro che i colleghi del foro hanno ritenuto poco corretta la scelta di non palesarsi affermando che, fuori da ogni” caccia all’untore”, sarebbe stato un atto di profondo senso civico autodenunciarsi non solo alle autorità sanitarie, ma all’opinione pubblica.

Non esprimo giudizi, lo stesso pensiero l’avrei avuto anche io, cadendo così nella solita trappola che porta a deviare sul malcapitato il peso di una responsabilità, che in realtà è di un sistema ancora incapace di dare risposte adeguate, con sistemi di cura ancora sperimentali, e soprattutto con la mancanza di protocolli efficienti. Se nella peste manzoniana la ricerca dell’untore serviva a sviare l’attenzione del popolo dai problemi sociali, evitando così sommosse e rivolte, così in maniera subdola si lascia la responsabilità e soluzione della contagiosità all’individuo, che non può fare altro che nascondersi. Sarebbe bastato mettere in atto le giuste precauzioni per rendere sereni e sicuri il positivo e chi ne era entrato in contatto. Non mi stupisce la scelta dell’avvocato, come non mi sorprendono le immediate prese di posizione dei colleghi che, per paura di passare come delatori o razzisti, si sono affrettati a dichiarare la loro estraneità a comportamenti ghettizzanti, nonostante la richiesta di divulgare il nominativo del positivo al Covid.

L’avvocato di fatto avrà interiorizzato quel complesso meccanismo psicologico che sottintende ad eventi come le pandemie. Dai banali atteggiamenti di diffidenza (sguardi indagatori e non benevoli, smorfie di disappunto sotto le mascherine, per non parlare dei colpi di tosse o peggio ancora degli starnuti), che inducono alla giustificazione immediata, presentata con un tono umoristico, che però non fa ridere nessuno: “ Non ho il Covid”.

Se a questi meccanismi psicologici sottili, si aggiunge il danno che può causare questa ammissione di positività, rappresentata dal blocco della attività lavorativa, il danno economico, con conseguente difficile recupero di credibilità e affidabilità, e con l’ esposizione alla pubblica gogna di famigliari ed amici, non è così strana la richiesta di anonimato. La realtà è che la nostra società sta assumendo sempre di più un carattere dispotico, poco incline alla solidarietà ed alla attenzione; nell’esercitare questo tratto, ha trovato nuovi strumenti di torture e pene. Mi riferisco al pubblico ludibrio nei programmi televisivi, al social, monopolio di influencer, il cui solo nome (che li identifica) dovrebbe essere oggetto di un vaccino. L’avvocato avrà inconsciamente pensato a tutto questo? Possibile. Del resto i ricordi scolastici non sono solo storia, ma inconscio collettivo. Mi riferisco al “ capro espiatorio “ , all’allontanamento e contenimento già al tempo di Rotari, alla epidemia del 1347 e 1348 (dove la colpa fu data agli ebrei ritenuti avvelenatori dei pozzi) ed ancora alla peste del Manzoni del 1630, con la famosa appendice “Storia di una colonna infame”, per rimanere in ambiente siciliano, a Verga e la sua novella “Quelli del colera” poi diventata “Untori”, dove le vittime dell’odio e del pregiudizio furono gli sradicati, gli indigeni, gli esclusi.

Probabilmente l’avvocato penalista si sarà sentito potenzialmente un untore, sviluppando quello che gli specialisti definiscono un senso di “alienazione anche da se stessi”. Così risulta che si sia premunito di dichiarare di non essere mai entrato negli uffici, di essere sempre rimasto sulla porta e di aver sempre utilizzato correttamente i dispositivi di protezione.

Ritengo che proprio al meccanismo di essere ritenuti untori si debba ascrivere la scarsa adesione all’app. immuni, che ad oggi registra l’adesione solo del 13% della popolazione, rispetto all’obiettivo del 60%. Essere considerati untori fa più paura della malattia.

 Ultimo argomento, la privacy. Il garante Soro ha posto alcune linee guide: “ si può divulgare la residenza , la professione ed il luogo di lavoro, ma non il nome e le generalità dei famigliari”. Con queste disposizioni prendiamo atto che il totem della privacy è ufficialmente caduto, con il Covid. Se tu sai dove abita , cosa fa e dove lavora, e diffondi la notizia, non sarà difficile capire di chi si tratta.

Concludo chiedendomi quanto tempo dovrà passare per questo avvocato affinché riacquisti serenità e piena padronanza della sua vita. La “colonna infame” non è e non ha più una collocazione fisica , è la dimensione delle nostre paure, cementata nelle nostre coscienze.

Auguro al professionista di vederla presto distrutta.

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Tutti a scuola!


 Ho scoperto poco tempo fa che il “Mamiani” ha compiuto nel 2016 un secolo e che ora si chiama “Antonio Rudini in Villa Mamiani”. Il mio primo giorno di scuola a Palermo è stato lì. Ero arrivata qualche mese prima a Palermo con la mia famiglia, dalla piccola Reggio Calabria, dove mio padre era direttore del Dazio. Avevo nove anni e dovevo iniziare la quarta elementare; la scelta della scuola fu obbligata; il “Mamiani” a via Filippo Parlatore, si trovava a cinque minuti a piedi dalla nostra casa in via Dante. L’intento di mio padre era quello di evitare che le sue figlie girassero troppo per la città, seppur accompagnate in auto da un’autista, per i motivi che vi svelerò in seguito. Così io e mia sorella giravamo sempre sotto scorta. Il “Mamiani” allora era una strana scuola (l’anno era il 1970 e non provate a farvi i conti perché io sono oltre tempo e spazio!), poco curata per la mancanza di alcuni lavori di ristrutturazione, ma a me sembrava comunque una scuola bellissima. Il suo cancello introduceva in una specie di villa con al piano terra le scuole elementari, al primo le medie ed il liceo. Essendo un Istituto paritario accoglieva diverse tipologie di studenti, dai rimandati recidivi ai ripetenti con l’illusione di recuperare, dai figli di strani personaggi, ai rampolli dell’alta borghesia, che già dalle medie dimostravano per lo più una particolare attitudine, quella di non far niente, cosa in cui riuscivano benissimo. A me piaceva studiare, anche se a modo mio. Arrivai “a cose fatte” in quanto amicizie, inimicizie, capannelli, comitive ed esperienze, si erano ormai consolidate negli anni precedenti, mentre io ero considerata “la straniera”. Mi aiutò molto nell’inserimento il luogo dove abitavo, una palazzina all’interno dello storico Villino Caruso Valenti, lo stuolo di cameriere e di autisti di cui ero orgogliosa, le favolose merende offerte in casa, e mia mamma sempre attenta all’abbigliamento che incuriosiva e suscitava curiosità ed invidia, (la ricordo biondissima ed attraente con il suo mantello lungo fino ai piedi, i suoi tacchi alti, ). Di problemini come detto il “Mamiani” ne aveva diversi, basti pensare alla specie di palestra all’aperto realizzata sul lato sinistro dell’edificio ed utilizzata per le lezioni di educazione fisica alle medie, utilizzabile solo per la pallavolo in quanto costituita da uno spiazzo di cemento con qualche erbaccia di contorno- Vi confesso che io e lo sport siamo due costellazioni distanti anni luce, (purtroppo per me), allora ancora di più, non sapevo giocare a pallavolo ed avevo una struttura fisica così gracile, tanto che ogni palla che mi arrivava era per me un pungi ball che mi mandava al tappeto, o meglio sul cemento. Se alle medie c’era la pallavolo alle elementari per le bambine c’erano le lezioni di danza classica, orrore e terrore! In una classe dismessa, che io ricordo semibuia (ma non poteva essere così), la paura ha reso il mio ricordo teatrale e orrido; un’insegnante tedesca ci terrorizzava, era vecchia, rinseccolita, piccola e con i capelli color polenta , semiparalizzata tanto che a stento si alzava in piedi dalla poltroncina (quando lo faceva era per arrivare meglio con un bastone alle caviglie di chi sbagliava, ed io sbagliavo tutto 😊). Le bastonate dovute a linee mancate, posizioni, inchini goffi, erano accompagnate da improperi del tipo “ tu essere una capra , tu inutile, tu non capire niente” e vi giuro che parlava proprio così. Ho sempre pensato che Bonvi abbia conosciuto la tipa prima di scrivere Sturmtruppen. Alla fine della lezione bisognava andare alla poltroncina e fare un inchino prendendo la mano della “nazista”, dicendo “madame”… Sarebbero bastati gli occhi sprezzanti e fiammeggianti dell’insegnante per temere questo momento, ma a questo si aggiungevano due graziosi Gremlins, che sbucavano dalla copertina che teneva sulle gambe. Due chihuahua stronzi ma così stronzi che ora che anch’io ne possiedo uno, mi risulta difficile capire come potevano essere così cattivi. Non avevano solo l’aspetto della megera , ma anche il carattere. Queste terribili bestioline aspettavano che una bambina allungasse la mano, per fare capolinea , ringhiare e mordere le dita. Dopo qualche lezione però, avvalendomi dell’intercessione di mio padre, ottenni la dispensa dalla lezione settimanale, con tanto di certificato medico redatto dal Dottore Beppe Lima (se il cognome vi dice qualcosa siete nel giusto, ma anche questa è un’altra storia che vi racconterò dopo). Tralasciando questo film dell’orrore, il “Mamiani” in fondo era una pacchia perché eravamo in classe mista e con i maschietti mi divertivo molto di più, mentre ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con le donne, soprattutto in tenera età, considerandole lagnose e civette. Con i maschi, avvalendomi della loro capacità di organizzare guerre e sfide, passavamo il tempo a studiare il modo per uccidere quei demoni e la maestra di danza, inviandoci bigliettini tra banco e banco. La ricreazione poi durava sempre troppo poco. Il re indiscusso della merenda era Livigni. Se durante le elementari la merenda era portata da casa alle medie, come prima conquista sulla strada dell’indipendenza, era comprata da lui, il mitico, unico ed inimitabile Livigni, dell’omonima rosticceria in via Filippo Parlatore. Quando veniva a scuola lo percepivi dall’odore di fritto che strisciava da sotto le porte della classe. Tutto sapeva di fritto, anche la pizzetta, ma il capolavoro che io assaporavo con lentezza e raccoglimento era il calzone…fritto!. Ripieno all’inverosimile di mozzarella e prosciutto, aveva una pasta lievitata gonfia e dolce. Non credo che ci sia stata rosticceria più “zozza” di quella, tanto che lo stesso Livigni gocciolava sudore, sugo e olio fritto. Ma i suoi calzoni erano buoni, buonissimi. Non dimenticherò mai il suo viso aggraziato e timido, da artista dell’unto e bisunto. Chef Rubio al confronto è un dilettante allo sbaraglio. I miei primi giorni di scuola a Palermo furono sempre una gioia, che attendevo con ansia da inizio settembre, quando la stagione estiva era finita ed eravamo tornati in città. A casa il tempo non passava mai. Ma quale è la storia del Mamiani? Leggendo tra gli articoli on line, ho trovato quello che ricorda proprio i cento anni dell’Istituto. Nel 1915 il professor Domenico Oliveri, scrittore e giornalista di una rivista pedagogica con la quale collaborarono Pipitone Federico, Capuana e D’Annunzio, fondò il primo convitto privato laico della città, intitolato a Massimo Terenzio Mamiani, ministro dell’istruzione di Cavour tra il 1860 e il 1861. Il Convitto privato si trovava nello storico palazzo Monteleone di piazza San Domenico. L’edificio a metà degli anni venti fu demolito e l’istituto si trasferì in via Parlatore. Alla morte di Oliveri furono la figlia ed il genero, il professore Mario Di Caro, a guidarlo ed in seguito i figli di questi Vito e Angela. Leggo che l’Istituto nel 2016 contava 16 classi tra liceo classico e scientifico, per un totale annuale di 200-250 alunni. E’ oggi anche un polo universitario per le forze dell’ordine, Deve essere stata una bella festa per il centenario, Davide Sciortino, in arte Shorty, diplomato al Mamiani, ha cantato come special guest per due concerti in Istituto.. Prima di Shorty tra i banchi del Mamiani passò anche Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Ho sempre pensato che forse questo nome fosse venuto in mente pensando ad un Pip, anche lui famoso, il proprietario di Villa Whitaker contigua al Villino Caruso-Valenti. Finite le medie sono partita per Roma e nonostante sia tornata quasi ogni anno in Sicilia, ho perso i contatti con i miei compagni ma oggi, in questo primo giorno di scuola, nell’augurare (ed ora parlo da insegnante) a tutti i ragazzi fortuna, gloria, successo, voglio ricordare i miei compagni, insieme ai miei primi giorni di scuola a Palermo. Volutamente ho omesso i cognomi, per me saranno sempre il secchione e affascinante Maurizio, Maria Vittoria dalle belle gambe e dai fratelli più grandi bellissimi , Angelo il rosso, mio segreto amore, Filippo il giullare , Isidoro lo spilungone, Michele il latin lover, Antonella l’innamorata di Franco Gasparri e delle edizioni Lancio, Daniela la Vamp. Ragazzi non vi ho mai dimenticato e vi vorrò sempre bene. Buona scuola a tutti.

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“Signiali ru cielu”

Susanna La Valle “Signiali ru cielu”

Questo blog porta il mio nome accompagnato dal detto siciliano “Signiali ru cielu” (1) , che posso tradurre con coincidenze, incontri, scontri, rincontri. Situazioni che mi hanno portato a raccogliere una serie di storie, impressioni e idee, che da oggi voglio condividere con Voi.
Da questo punto di vista sono stata molto fortunata, di segnali ne ho avuti tanti negli anni; la mia bravura, se così si può chiamare, è di aver sempre ascoltato, ricordato ed annotato tutto, di aver trovato anime disposte a regalarmi le loro storie, di essere stata al posto giusto nel momento giusto.
Parto con una doppia dichiarazione d’amore: io amo Palermo e la Sicilia, le amo come se ci fossi nata, vissuta e morta, collezionando tante vite, come se ogni luogo e spazio fosse, da sempre, dentro il mio respiro.
Sicilia.Invocazione: “Colapesce sostieni anche me”   

Come scrive Bufalino (2), ” gli atlanti dicono che la Sicilia è un isola e si sa gli atlanti sono libri di onore…” ma, come aggiungerà dopo, è tutt’altro che eguale a se stessa; di scorci, panorami, luoghi, anfratti ,litorali, montagne, vulcani ce ne sono tanti, ma senza i suoi abitanti perderebbero ogni fascino; sono isole nell’isola con le sue isole.
Non si può proprio separare la Sicilia dai Siciliani. Ogni luogo non potrebbe esistere ed essere così unico senza l’anima che lo vive.
Se Bufalino dice che le Sicilie sono tante, tanti macro e microcosmi rappresentati dalle tante e forse troppe stratificazioni culturali, è anche vero che tutto sembra compresso e pronto ad esplodere.
Ma questa esplosione di fatto non c’è mai stata; ogni territorio, città, paese, contrada ha raccolto e fatto sue le storie ed i luoghi, differenziandosi senza eccessiva contesa o lotta.
Un Siciliano è Taormina, è l’orecchio di Dioniso, i teatri, la caletta, la piana arsa dal sole, il sorriso dell’Ignoto Marinaio di Cefalù, le palme sulla sabbia di San Vito, Carini con la sua triste cronaca e l’intensa bellezza, la loggetta a Punta Secca con un tramonto da applausi, l’Etna ovvero “la muntagghia” che è l’unico Vulcano di genere femminile, le sue città, i suoi paesi le sue contrade e non da ultime le storie.
Ma se la Sicilia è terra ed i Siciliani sono le sue zolle, cosa è il mare su cui galleggiano?
E’ un entità da rispettare e temere allo stesso tempo e non è un caso che la maggior parte dei siciliani che vive sul mare ha una casetta nell’entroterra, lontano dall’acqua.
La scusa è per tutti “il fresco”, lo scappare dal torrido e con l’occasione si invitano amici e parenti per rifugiarsi e “fare belle mangiate”, rilassandosi lontano dal mare.
Qualcuno ha scritto che sono poche le cose buone che vengono dal mare; il distacco è tale verso questo elemento, che anche i luoghi di devozione più importanti sono in altura.
I siciliani sono tra gli uomini più radicati alla terra e l’alterità (il mare) è buona per i turisti che sciamano come mosche ubriache alle due di pomeriggio lungo le spiagge con quaranta gradi, rintontiti e deliranti; loro li osservano da lontano concedendosi lunghi riposi pomeridiani, “scendendo a mare” solo a pomeriggio inoltrato. Il primo pomeriggio è fatto per riposare, “il riposino” è sacro e “come si dorme ad Erice non si dorme da nisciuna parte”, vi direbbe un siciliano.
Non a caso Erice è il posto più lontano dall’immaginario fatto di sole caldo e mare, più in alto delle nuvole, avvolto dalla nebbia e con una temperatura decisamente fredda per gli standard del luogo.
Ma in Sicilia si arriva attraversando il mare; ho letto da qualche parte che il senso di rispetto e preoccupazione inizia una volta imbarcati a Villa San Giovanni (3), che su tutti scende invariabilmente il silenzio ed addirittura che qualcuno si cambia per la traversata. Si presenzia consapevoli che si stanno attraversando storie e destini ed i “garofali” che si formano sulla superficie (così vengono chiamate quelle piccole onde schiumose e gorgoglianti) fanno intuire che i due mostri sono ancora lì sotto, paghi ed ancora sazi, ma per niente vinti.
Nell’avanzare non si guarda indietro ma si cerca il punto dove tutto cambia, dove la linea di mare è diversa e la riconosci.
Colapesce (4) sembra che innalzi ancora di più il suo peso; la terra di fronte, di cui scorgiamo una delle tre gambe, si erge e quasi si solleva per farsi vedere in tutto il suo splendore, vicina ma infinitamente lontana da tutto quello che consideriamo acquisito e certo.
Si sbarca con la consapevolezza “di aver attraversato il mito” e se poi, in un atto di doveroso ringraziamento, vogliamo stupirci ancora di più, basta che alziamo gli occhi al cielo; non è solo una questione di luce, ma di consistenza, un colore ad olio blu, riversato su una tela concava, senza alcun medium, steso con le dita.
Ed ora che con me siete scesi in Sicilia statemi dietro e non perdetevi, che ora inizio a raccontarvi storie, sensazioni ed emozioni.
E se per caso della Sicilia non avete alcun interesse rimanete concentrati perché vi racconterò tante altre storie che non sono ambientate lì.
Ho solo voluto iniziare con qualcosa che mi appartiene e che sento, da non siciliana, intimamente presente e vicina, con una mappa dove orientare le mie emozioni.

NOTE                                                                                                                                                                 1)Devo un ringraziamento allo scrittore Gianluca Tantillo, dal suo racconto, pubblicato sul suo blog, ho trovato un titolo che cercavo da tempo.  

2)Gesualdo Bufalino,” la luce e il lutto”

 3)In Sicilia si arriva anche in altro modo, ma attraversare lo stretto è un rito di passaggio, un atto di devozione, da fare almeno una volta.       

 4)La leggenda di Colapesce: si narra di un certo Nicola appassionato di immersioni in mare, di ritorno dalle sue numerose immersioni , si soffermava a raccontare le meraviglie viste e, talvolta, riportava tesori. La sua fama arrivò a Federico II di Svevia che decise di metterlo alla prova: il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione e buttarono in acqua una coppa che venne subito recuperata da Colapesce. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. La terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo. Secondo la leggenda , scendendo ancora più in profondità Colapesce vide che la Sicilia posava su 3 colonne delle quali una piena di vistose crepe e segnata dal tempo, decise così di sorreggere, la colonna per evitare che l’isola sprofondasse. Ancora oggi si troverebbe a reggere l’isola e ogni 100 anni riemerge per rivedere la sua amata Sicilia. Se poi la storia di Colapesce la volete leggere in versione siciliana, andate a visitare il Blog di Gianluna Tantillo.

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